• 23 Gennaio 2017

Ricerche Teologiche 1/2017

Il pensare in generale, e quello teologico in particolare, molto spesso danno l’impressione di trovarsi a disagio dinanzi alle provocazioni che provengono dalle attuali contestualità storiche, sociali e culturali.

Il rischio di arroccarsi sulle proprie posizioni invocando la difesa a oltranza delle peculiari convinzioni rassicuranti va di pari passo con la temerarietà avventurosa dispiegata in territori da esplorare senza alcun adeguato equipaggiamento cognitivo, ermeneutico e metodologico di base. Eppure la necessità di un’accoglienza delle provocazioni si rivela quanto mai urgente e necessaria, affinché ogni uomo e ogni donna possano comprendere il loro modo di essere al mondo con responsabilità e partecipazione condivisa delle cognizioni, credenze, attese, speranze da concretare insieme per la configurazione di una convivenza umana inclusiva, solidale e comunicativa.

Infatti, chi non comprende le dinamiche del proprio tempo, non solo rischia di farsi male, ma anche di fare male e di fare del male, e, conseguentemente, di non costruire il futuro dell’uomo.

Ciò richiama la responsabilità del pensare il proprio tempo e di individuare chiavi ermeneutiche per definirne il senso e coglierne la significatività. Una responsabilità che non è solamente retrospettiva, ma che si pone anche in prospettiva, secondo le forme di un’apertura al pensare dell’altro e al pensare altro che oltre a generare fiducia, promuove, pure, un simpatetico ordine degli incontri, non solo tra i saperi, ma anche tra gli uomini e le donne del tempo attuale, i quali, nonostante tutto, aprono spazi e costruiscono ponti verso la convergenza dei cuori e delle vite, oltre ogni scrosciante, rumorosa e fallimentare dichiarazione di elevazione di muri e barriere.
I saggi contenuti in questo numero di Ricerche Teologiche, pur caratterizzati dalla varietà tematica, ermeneutica e metodologica, specifica di ciascun contributo, si fanno carico di questo respiro dell’umano concretato in forme del pensare, in pratiche d’azione e in stili di vita che, a testimonianza dell’umano che è comune, “danno a pensare” ancora.

Il saggio di Calogero Caltagirone, intitolato, Il ruolo e il compito della “public theology”, prendendo atto del fatto che le attuali contestualità sociali e culturali pongono all’attenzione dell’opinione pubblica e delle diverse istituzioni il problema del significato della presenza pubblica delle religioni, cerca di individuare una particolare forma del teologare che si configura come «teologia pubblica».

Pertanto, siccome le questioni che si pongono riguardano, da un lato, la configurazione delle regole cui i credenti dovrebbero sottostare per accedere legittimamente allo spazio del discorso pubblico contemporaneo, dall’altro, il problema del ruolo pubblico della teologia, la quale, in quanto sapere critico della fede, legge e interpreta i «segni dei tempi» alla «luce del vangelo» per una vita significativa, il saggio mette in evidenza che la teologia non può sottrarsi al compito di collocarsi nel dibattito pubblico con una sua propria specificità, secondo una prospettica riflessiva ed esperienziale. Sorge, così, il problema di definire lo statuto, il significato e il compito di una «teologia pubblica» e contestuale, che, non sovrapponendosi alla teologia ecclesiale, possa facilitare il dialogo tra credenti e non all’interno della sfera pubblica sociale.

Il saggio di Massimo Naro, intitolato, Tentazioni antiche e sempre nuove: il discorso di Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze, si offre come rilettura critica del discorso tenuto da papa Francesco il 10 novembre 2015 ai delegati delle Chiese italiane radunati dentro il duomo di Firenze per il V Convegno ecclesiale nazionale.

Un discorso importante, definito dai commentatori un’«enciclica all’Italia», in cui il pontefice ha inviato ad alzare la guardia nei confronti di due antiche eresie sempre attuali, da cui la Chiesa è ancor oggi tentata: il pelagianesimo e lo gnosticismo. Lo studio di Angelo Tumminelli, intitolato, Tra amore e dolore. L’inquieto pensiero di Margarete Susman, analizza i nuclei filosofici principali del pensiero di Margarete Susman (1872-1966). Collocando l’autrice nel panorama del femminismo europeo del secolo scorso, vengono delineati, anzitutto, i tratti della sua dottrina erotica e della dialettica tra il maschile e il femminile nei quali l’amore è concepito come l’anelito all’eterno nel mondo della finitezza.

Poi, vengono considerate le tesi dell’opera Il libro di Giobbe e il destino del popolo ebraico, dove la filosofa rappresenta il destino ebraico come immagine della ricerca umana dell’eternità anche nell’esperienza della sofferenza innocente. Tra l’amore e il dolore, il pensiero di Margarete Susman consegna all’umanità contemporanea l’esperienza di chi ha saputo mantenere desto il desiderio della trascendenza e il confronto con l’assoluto anche nelle estreme condizioni dell’esistere. Lo studio di Luca Crapanzano, intitolato, La transustanziazione dell’amore. La mistica quale statuto morale del cristiano e della famiglia in Pavel Florenskij, prende le mosse dall’impostazione teologica di Pavel Florenskij dell’essere del mondo nella sua pienezza e della vita stessa dell’uomo, secondo una dimensione trinitaria.

L’Autore fa notare come ogni suo pensiero è mediato secondo la metodologia della fede trinitaria, vista non soltanto come questione dogmatica, ma come vita spirituale vissuta secondo la vita nello Spirito. Dopo aver presentato il concetto di mistica trinitaria e la dimensione della divinizzazione, tipici della sensibilità teologica orientale, l’Autore tratta dell’amore coniugale, in Pavel Florenskij, secondo il registro della transustanziazione, anche a partire da alcune sue lettere inviate dal gulag alla sua famiglia. Riflettendo sul mistero dell’amore tra l’uomo e la donna e sulla corporeità umana alla luce del concetto orientale della divinizzazione, Florenskij invita a ripensare la trattazione morale della sessualità, secondo punti profetici che si ritrovano soltanto dal concilio Vaticano II in poi.

Il saggio di Maria Catalda Falduzzi, intitolato, Marianna Amico Roxas. Le mistiche nozze con lo sposo divino studia il nucleo fondamentale della spiritualità di Marianna Amico Roxas (nata a San Cataldo, Caltanissetta, il 21 dicembre 1883, e morta il 24 giugno 1947) che il 6 maggio 1912 si consacra a Dio nella Compagnia di sant’Orsola, istituita nel 1535 da sant’Angela Merici. La Marianna Amico Roxas, in questo modo, compie un cammino di santità, nel mondo e non all’interno di un convento, vivendo la nuzialità con Gesù sposo, fondata su un amore indiviso, confidenziale e fiducioso, libero da ogni attaccamento alle creature e alle cose create, ma soprattutto distaccato dalla propria volontà per conformarsi in tutto all’«adorabile volontà di Dio». Un amore casto che si esprime in una vita teologale e in una profonda umiltà, da lei rappresentata con la violetta, fiore non imponente.

Tale amore fedele e coraggioso nel difendere l’identità originaria del carisma mericiano, rinnovandosi di giorno in giorno, è un amore fecondo che rende Marianna Amico Roxas «madre», in sant’Angela Merici, delle orsoline e di quanti entrano del raggio della sua azione. Lo studio di Emmanuele Rotundo, intitolato, Misericordia e giustizia nella teologia della soddisfazione di Anselmo di Cantebury e di Tommaso d’Aquino, affronta un tema della storia della teologia che, alla luce del recente magistero di papa Francesco, richiede di essere riletto e ripensato. Infatti, con lo sviluppo della «teoria della soddisfazione», introdotta da Anselmo e perfezionata da Tommaso, dalla fine dell’epoca della grande scolastica in poi, si andò imponendo una concezione di giustizia divina che in misura sempre maggiore assumerà i tratti tipici della «giustizia commutativa».

L’ambiguità di tale visione, specialmente a partire dalla reazione luterana in poi, preparerà il campo per una differenziazione tra «giustizia ascendente» e «giustizia discendente» che in seguito diverrà separazione e antitesi tra «giustizia» e «misericordia». Questa tensione, ancora oggi, difficilmente trova adeguate vie di armonizzazione, creando non pochi problemi sia in campo teologico sia pastorale.

Analizzando i testi di Anselmo e Tommaso, giudicati a volte rei di aver favorito nella teologia cattolica la visione di un Dio solo giusto, ma poco misericordioso, l’Autore aiuta a rendere conto, invece, come in questi autori giustizia e misericordia costituiscano il nome dell’unico e identico Dio, due attributi che in lui coincidono. La nota di Stefano Biancu, intitolata, Tra profezia e ideologia: l’utopia, 500 anni dopo Tommaso Moro, nell’ambito di una ripresa attuale degli studi sull’utopia, suggerisce la tesi che l’utopia possa ritrovare le sue radici nella profezia e una sua perversione (sempre) possibile nell’ideologia. Alla luce di questa tesi, il testo si propone di valutare l’attualità dell’utopia a cinquecento anni dalla sua “invenzione” a opera di Tommaso Moro. Segue un’articolata presentazione di una recente pubblicazione curata da Massimo Naro, intitolata, La virtù del Nome.

Invocare Dio per riconoscere l’umano, Rubettino, Soveria Mannelli 2016, a cura di Vito Impellizzeri.
Chiudono il numero, come da tradizione, le consuete rubriche delle Recensioni e dei Libri ricevuti, a testimonianza del fatto che ogni ricerca è sempre contestualizzata nello “spirito del tempo” e necessita ininterrottamente del contributo di tutti e del confronto e dialogo tra tutti.

Categorie articoli
Archivio
Eventi
Skin Color
Layout Options
Layout patterns
Boxed layout images
header topbar
header color
header position