“SALÌ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DI DIO PADRE ONNIPOTENTE; DI LÀ VERRÀ A GIUDICARE I VIVI E I MORTI”. DOMUS PACIS ASSISI (PERUGIA), 24-28 LUGLIO 2005
Storia della salvezza e teologia
di Gianluigi Pasquale
Tutte le affermazioni del Simbolo della fede, anche quelle presenti nel sesto e settimo articolo del Credo, esprimono una particolare situazione della storia della salvezza. Confessare che Gesù Cristo «salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente» e che «di là verrà a giudicare i vivi e i morti» esprime quella trama della storia generale della salvezza che ottiene continuità attraverso la cerniera di tutti gli articoli del Simbolo della fede, anche di quelli di indole escatologica nei quali sembra diminuire il potenziale di verificabilità per così dire «storica» di ciò che si confessa. Eppure qualsiasi nuova situazione della storia della salvezza non può che essere affermazione teologica. È solo il credente che coglie trapassi decisivi della storia della «salvezza», dell’azione di Dio a favore dell’uomo. Le scansioni che lo storico pone obbediscono ad altri criteri di valutazione. Per lo storico, lungo la storia del cristianesimo, vi stanno effettivamente dei passaggi particolarmente rilevanti, ma essi sono misurati principalmente dall’impatto che hanno avuto sui comportamenti documentati, cosa che non può avvenire in senso ricognitivo, per esempio, con l’ascensione di Gesù al cielo, con la sua attuale posizione alla destra di Dio Padre e con l’imminente attesa del suo giudizio sui vivi e sui morti. Il discorso che il teologo fa sulle epoche della storia della salvezza si incrocia indubbiamente con quello dello storico e materialmente non si articola su dati concreti diversi e tanto meno ne rinnega il significato. Il teologo, però, coglie problemi e snodi che lo storico giudica o irrilevanti o semplicemente fuori dal suo campo d’indagine. Vi sono cioè degli eventi che interrogano la coscienza del credente e lo mettono davanti alla necessità non solo di discernere i «segni dei tempi» per rispondere a un appello del suo Signore, chiamando in causa la sua stessa fedeltà, ma di interpretare il senso intero della storia, il quale travalica, quasi intuitivamente, i limiti della vita e della morte della singola esistenza umana.
In questo intervento vorrei proporre tre ipotesi di lavoro che possano illuminare come proprio un discorso generale sull’historia salutis, tracciato con competenza dalla teologia, tragga tutte quelle conseguenze esistenzialmente significative dal sesto e settimo articolo del Simbolo della fede. Intendo qui parlare, evidentemente, della determinazione escatologica della teologia che penetra completamente quest’ultima in maniera trasversale. Con la prima ipotesi vorrei dimostrare come attraverso il discorso sulla vita e sulla morte, quali termini inoltrepassabili in cui si gioca inevitabilmente il senso della vita di un uomo, si superi la critica contemporanea che rubrìca il cristianesimo come storia della propria «autodelegittimazione» o addirittura «storia del nulla». Nella seconda ipotesi di lavoro vorrei presentare le coordinate eziologiche di quanto è successo e di quanto succede quando la teologia intercetta la storia e viceversa. Alla fine vorrei delineare le conseguenze che la scelta storico-salvifica avviata quarant’anni fa dal Vaticano II (1962-1965) per la teologia, soprattutto con le Costituzioni Dei Verbum e Gaudium et spes, ha sulla ridefinizione degli articoli sesto e settimo del Simbolo della nostra fede.
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L’avvicinamento della teologia a un concetto così importante come quello di «storia della salvezza» è, al di là di quanto si è detto, assai recente. Per alcune ragioni, che adesso esporremo, la teologia, infatti, ha temuto per secoli l’incontro con la «storia», preferendo riposare sulla sicurezza di un pensiero semplicemente metafisico. In realtà è solo nel XX secolo che si può parlare di una amichevole frequentazione tra la teologia e l’idea di «storia della salvezza». Anzi, proprio perché solo quarant’anni fa, con la Costituzione Dogmatica Dei Verbum (1965), i documenti conciliari coniarono, assimilandolo, il termine di historia salutis, rubricando per certi versi quello di «storia sacra», è facile che il secolo XX passi alla storia come il secolo della teologia della storia. L’interesse cominciò, infatti, a lievitare proprio a cavallo degli anni Cinquanta, comunque, prima del Concilio Vaticano II.
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È risaputo che la prima reazione prese la forma di un’impresa editoriale colossale titolata a proposito «Mysterium Salutis», di cui la teologia cattolica, particolarmente europea, è stata «viziata» da quarant’anni a questa parte. Il giudizio positivo, però, non è sempre stato unanime. Solo tre anni fa, per esempio, il teologo di Nimega Georg Essen (*1961), in un libro veicolato in Italia per la redazione di Giuseppe Ruggieri (*1940), bolla l’intero impianto dell’opera affermando che la cornice storico-salvifica, che l’avrebbe dovuta sostenere, non fa altro che giustapporre in essa la teologia della storia al pensiero storico moderno. Ma al di là di queste critiche, a volte peregrine, è indubitabile l’acquisizione teologica post-conciliare secondo la quale la storia è considerata il locus e il tempus in cui l’Onnipotente agisce normalmente attraverso la Provvidenza e in cui ha insuperabilmente operato la salvezza attraverso l’incarnazione storica di Gesù Cristo. La critica di Essen, per esempio, si elude da sé, semplicemente osservando il cambio di paradigma registrato a partire dal Concilio Vaticano II, la cui teologia non si serve più (soltanto) del binomio essenza-di-Dio e storia-sacra, bensì di quello dichiaratamente cristologico Parola-di-Dio e storia. A livello più propriamente speculativo tale problema fonda la teologia della storia non muovendo più da una teologia dei possibili, ma dal concreto è fattuale ordine storico-salvifico, attraverso una dichiarata prospettiva cristologica mantenuta in sottofondo. Ed è proprio quest’ultima che ci permette di formulare ora la proposta di tre tesi con le quali poter osservare tutta la ricchezza che spetta alla teologia dell’historia salutis nell’illuminare gli articoli sesto e settimo del Simbolo di fede.














