• 21 Maggio 2017

Recensione al Magnificat di Maria Pia Borgese di Clara Aiosa

Sono lieta della ripubblicazione di quest’opera di una scrittrice polizzana troppo spesso dimenticata e non apprezzata ancora come meriterebbe. Essere parenti di uno scrittore illustre non sempre giova: i confronti sono inevitabili e il sospetto che il successo letterario sia dovuto a una gloria riflessa è sempre in agguato.

La personalità di Maria Pia Borgese era molto diversa da quella del fratello Giuseppe Antonio e merita una particolare attenzione sia dal punto di vista letterario sia da quello religioso, entrambi così bene messi in evidenza da Clara Aiosa in questa pubblicazione.

Ho avuto modo di incontrare qualche volta Maria Pia Borgese quando era ormai già anziana, ma ho avuto la possibilità soprattutto di parlare con persone che l’avevano conosciuta bene o che erano stati suoi alunni al Vittorio Emanuele di Palermo. Questo mi ha permesso di ricostruire un po’ la sua personalità, grazie anche alla lettura, che ho fatto in seguito, delle sue opere e alla consultazione di vari documenti in occasione di incontri e convegni a cui ho partecipato a Palermo dedicati a Pietro Mignosi, a Federico De Maria o ad Alessio Di Giovanni, dei quali era fervida estimatrice e dei quali subì certamente l’influenza.

La Borgese frequentava assiduamente l’ambiente letterario palermitano e soprattutto il circolo culturale di Pietro Mignosi, anche lui conoscitore in un certo senso alle Madonie: era stato infatti docente a Petralia Sottana.

Qualche anno fa si è svolto a Palermo un convegno sulla Tradizione, la rivista fondata da Mignosi, e in quell’occasione mi chiesero di parlare dei rapporti tra Giuseppe Antonio Borgese e la rivista. Trovai molto materiale interessante, tra cui gli articoli scritti da Borgese sulla rivista e sul Mignosi e il giudizio estremamente lusinghiero di Mignosi sullo scrittore, che spiritualmente non faceva parte del gruppo ma lo conosceva bene e lo apprezzava.

Di lui, Mignosi disse infatti: «L’unico autore che la guerra abbia obbligato alla necessità della poesia come negazione del melodico e dell’intuitivo e come conquista di un centro religioso della vita e dell’arte (della vita che si fa arte, proprio all’opposto del processo rinascimentale –dannunziano dell’arte che si fa vita) è senza dubbio il Borgese».

Questo giudizio fu contestato da Rino Giacone, che si era occupato del Mignosi nel convegno sulla poesia religiosa del Novecento in Sicilia, nel 1986. Dimostra però la stima del Mignosi per lo scrittore polizzano, oltre che naturalmente per la sorella.

Maria Pia, per temperamento e per indole, e forse perché provata dal dolore per la morte in guerra dell’altro fratello, Giovanni, era molto vicina al gruppo della Tradizione. Col Mignosi condivideva, tra l’altro, l’interesse per S. Agostino e per l’Oriente cristiano: in occasione della prima settimana di preghiera e di studi per l’Oriente cristiano tenutasi a Palermo nel 1930 lo scrittore aveva tenuto infatti una relazione su S. Agostino e il pensiero orientale, argomenti che stavano molto a cuore a Maria Pia. E non si può non citare la bella dedica del Magnificat a Pietro Mignosi, del quale, con immutata e vigile amicizia, ricorda l’eroico cuore e la grande, generosa idea a cui lo scrittore aveva consacrato la sua vita.

Ma la scrittrice era vicina anche al movimento francescano che si era sviluppato a Palermo grazie soprattutto ad Alessio Di Giovanni, l’autore del poemetto Lu puvireddu amurusu, Il poeta siciliano era stato anche il primo a scorgere e sottolineare l’aspetto francescano di Mistral, il grande poeta provenzale, premio Nobel, grande ammiratore del nostro poeta siciliano. Al Di Giovanni e al Felibrige, il movimento creato da Mistral per la valorizzazione letteraria della lingua d’oc Maria Pia Borgese dedicò un interessante articolo che dimostra le sue qualità critiche e anche, naturalmente, il suo amore per la Sicilia.

Di Giovanni era stato un grande cantore della natura siciliana e un grande ammiratore e conoscitore della poesia provenzale moderna, di cui aveva tradotto varie opere. Appunto per questo Mistral lo aveva definito un superbo felibre, giudizio pienamente condiviso da Maria Pia Borgese.

Tutte queste conoscenze e frequentazioni contribuirono certamente alla formazione spirituale della scrittrice, che era essenzialmente un’autodidatta e che aveva ricevuto le sue prime base culturali dalle letture fatte nella biblioteca paterna. Il padre, l’avv. Antonio Borgese, era, come spesso si verificava per gli avvocati di provincia, un cultore di belle lettere, di storia e anche di arte: di lui si ricorda ad esempio un interessante studio sul Trittico fiammingo.

E a proposito del Trittico, per sottolineare l’amore per Polizzi che emerge anche da quanto scrive Maria Pia nel suo commento al Magnificat, vorrei citare un piccolo particolare inedito: un giorno la scrittrice polizzana si presentò a mio padre, allora Comandante di porto alla Capitaneria di Palermo, chiedendo notizie su quella nave che aveva trasportato il Trittico fiammingo e che aveva rischiato di naufragare. Appunto a questo minacciato pericolo si deve, com’è noto, almeno secondo la leggenda, il voto del capitano della nave di donare il quadro a una chiesa.

Naturalmente non fu possibile trovare nella Capitaneria di porto, ente sorto in tempi relativamente recenti, notizie su quell’imbarcazione e su quel capitano del XV secolo. Ma questa richiesta testimonia l’interesse della scrittrice per il suo paese natale, dimostrato anche dalle finalità da lei date alla pubblicazione del Magnificat, dalla cui vendita sperava do ricavare i fondi necessari per la creazione, a Polizzi, di una casa da destinare a ritiri e momenti di spiritualità. Anche di questo desiderio la curatrice del commento sottolinea giustamente anzitutto l’ispirazione religiosa, particolarmente forte e sentita da Maria Pia Borgese.

L’opera, l’ultima da lei scritta, rappresenta il coronamento di un lungo percorso di fede che aveva già avuto altre luminose espressioni, a cominciare dalla sua tesi di laurea, Il problema del male in S. Agostino, in seguito pubblicata.

Maria Pia si era iscritta alla Facoltà di Lettere quando era già quarantenne, e questo offre lo spunto per parlare del suo coraggio, della sua intraprendenza  e di quello che viene definito giustamente, nel libro il suo femminismo ante litteram, che l’aveva spinta, non solo a diventare crocerossina e ad accompagnare gli ammalati a Lourdes, non solo ad affrontare il lungo e non facile viaggio per la Terra Santa, che le aveva ispirato un altro interessante volume, ma anche, come si è visto, ad iscriversi all’Università in un’età decisamente avanzata: tutte cose insolite per una donna di quell’epoca cresciuta in paese.

Già dalla tesi di laurea, come in questo volume è messo bene in evidenza, la Borgese aveva affrontato il problema del male in S. Agostino nei suoi aspetti fondamentali: la libertà. Il peccato e la grazia, arricchendo il suo studio con molte citazioni, frutto della sua padronanza della materia e di una lunga meditazione. Quello che infatti bisogna rilevare, e che la curatrice del commento non tralascia mai di sottolineare, è la passione, la dedizione e l’impegno con cui Maria Pia affronta il suo studio teologico, anticipando anche alcune posizioni e interpretazioni dei giorni nostri e rivelando, nello stesso tempo, una fede e una spiritualità che si traducevano anche in operatività concreta, che viene giustamente qui definita né bigotta né stantia. Uno dei meriti di questa pubblicazione è infatti anche quello di avere messo in luce la modernità e l’attualità delle concezioni di Maria Pia Borgese.

L’opera di Clara Aiosa prende in esame anche il viaggio in Palestina, in un’epoca in cui le donne viaggiavano poco, specialmente per paesi così lontani. È vero che c’era stata  nel Medioevo un’illustre pellegrina, Egeria, che aveva scritto sul suo viaggio in Terrasanta  una relazione che è stata giudicata degna dei moderni reportage: ma queste descrizioni della Borgese contengono elementi nuovi  ed offrono  lo spunto a Clara Aiosa per porre l’accento su alcuni aspetti interessanti affrontati per la prima volta da un visitatore di quei paesi e cioè la situazione delle donne siriane, per le quali la Borgese prova compassione e pietà per la loro umiliante sottomissione all’uomo, ricordando, nello stesso tempo, la liberazione apportata da Cristo alla donna, da lui sciolta dal servaggio alla legge mosaica.

Il libro Con Gesù nel paese che fu suo dimostra dunque, anche nel titolo, l’ispirazione profondamente religiosa non disgiunta dallo sguardo attento rivolto alla storia e alla realtà: rievocazioni bibliche e considerazioni sulla situazione attuale, ricordi delle donne del Vangelo e osservazioni sulla situazione delle donne palestinesi si alternano con un’analisi di cui in questo commento di Clara Aiosa è sottolineato l’acume.

Naturalmente però è dato un particolare rilievo a quanto dice la Borgese sulle donne del Vangelo e del ruolo decisivo da loro assunto, a differenza dei discepoli, nel racconto della Resurrezione: ed è dato il dovuto risalto alla profonda conoscenza dei testi evangelici dimostrata dalla scrittrice e alle caratteristiche della fede di quelle donne, una fede caratterizzata anche da delicatezza, slancio, ardimento, sensibilità poetica, profezia. qualità che i discepoli non capivano nemmeno, giudicando le donne isteriche e visionarie.

La Borgese si rivela invece, come nel libro è giustamente messo in evidenza, un’autentica psicologa e una profonda conoscitrice dell’animo femminile, quando afferma che nell’uomo prevale il pensiero e nella donna la fantasia: ma è proprio quest’ultima qualità che spinge la donna a non calcolare gli ostacoli e a lanciarsi nel pericolo quando è mossa dall’amore e dalla fede.

Solo una donna – e in questo caso due donne, Maria Pia Borgese e Clara Aiosa – potevano mettere in rilievo, nel commento al Magnificat, l’essenza di una femminilità nelle sue più alte e più significative espressioni, quella rivelata dalla Vergine nel Magnificat.

Questo esame della fede femminile è la migliore premessa all’analisi del Magnificat, che aveva appassionato la Borgese fin dalla giovinezza, in quanto manifestazione di poesia, mistico rapimento ed esultanza. Vi aveva riscontrato inoltre l’eco di donne celebri della Bibbia, da Tamar a Rahab, da Rut a Betsabea, e l’eco della poesia di David.

Ma anche le espressioni di Maria Pia, come sottolinea Clara Aiosa, raggiungono la poesia, quando definisce Maria la corifea di un coro che muta la confusione della torre di Babele in sovrumana armonia, con la parola alata che loda il Verbo che si fa carne.

E mi ha particolarmente colpito questa frase del commento: «La parola creata offre il suo tributo alla parola increata, al Logos: e Maria è la corifea di questo coro»; e ho particolarmente apprezzato l’interpretazione della interessante metafora della Pentecoste segreta con cui Maria aveva parlato dell’Annunciazione e della Natività.

Un’altra interpretazione da sottolineare è quella della sollecitudine di Maria, che la rende paragonabile alle Vergini sagge.

Ma sono particolarmente interessanti tutte le considerazioni fatte da Clara Aiosa a proposito della poesia che Maria Pia Borgese aveva trovato nel Magnificat: una poesia che in Israele aveva un carattere religioso perché strettamente legata alla Sapienza, che è polifonica e comprende quindi anche la poesia.

Maria Pia Borgese ha dunque saputo rendere, nel suo commento, la relazione tra il canto profetico di Maria e quello di altre donne di Israele che si erano espresse in poesia, come Miriam, sorella di Mosè, Debora e Anna: ma vi ha saputo scorgere il senso universale, che si estende a tutta l’umanità, e anche la compresenza di due concetti fondamentali, predestinazione e libertà, che in Maria sono concomitanti così come altre due qualità che si riscontrano in lei, sapienza e poesia: e tutto questo è ampiamente esposto nel commento di  Clara Aiosa.

Nella Sapienza espressa nella Sacra Scrittura la Borgese vede filosofia della pratica, ma anche mistica e ascetica, cioè filosofia della comunione con Dio: ma in Maria vede anche, oltre alla poesia, come espressione delle lodi al Signore, l’universalità di un messaggio che si estende a tutta l’umanità, la fusione di predestinazione e libertà (e c’è, in questo, l’eco degli studi della scrittrice su S. Agostino). Particolarmente interessante, poi, nel commento della Borgese, e qui giustamente evidenziato, il richiamo alle divinità del mondo antico e alla superiorità spirituale di Maria e il confronto tra la sapienza nella tradizione filosofica, in particolare aristotelica, e la sapienza nella tradizione scritturale. Implicitamente, anche questi confronti rivelano sia la profonda cultura classica di Maria Pia, frutto, come si è visto, di letture personali nella biblioteca paterna, sia la sua grande preparazione biblica.

Per quanto riguarda in particolare la poesia, Maria Pia cita giustamente, nel suo commento al Magnificat, la figura di Maria nel Paradiso di Dante e la preghiera di S. Bernardo.

Da vecchia francesista, vorrei ricordare un’altra famosa pagina che è tutta un’apoteosi del Magnificat: quella in cui il grande poeta francese P. Claudel racconta la sua conversione avvenuta a Notre Dame mentre ascoltava il canto del Magnificat. É un’altra testimonianza del significato e della forza di questo cantico, capace di scuotere le coscienze e di trasmettere il messaggio divino.

Oltre a sottolineare tutti questi aspetti salienti del Magnificat visto dalla scrittrice polizzana, Clara Aiosa ha saputo cogliere e analizzare, oltre alla sensibilità femminile della  scrittrice,  tutte le novità metodologiche della sua interpretazione e soprattutto la fusione perfetta, in questo commento al Magnificat, di esegesi biblica, di letteratura e di cultura classica, oltre all’anticipazione della mariologia contemporanea: e tutto questo, insieme alla meritoria ripubblicazione di un testo ormai introvabile e alla riscoperta di una scrittrice dimenticata, rende questo volume particolarmente prezioso.

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