• 18 Maggio 2019

Habermas per un’etica del pensare di Calogero Caltagirone

Per un’etica del pensare, di Calogero Caltagirone (Mimesis, pp. 306, euro 26), è un saggio sul progetto di Jürgen Habermas di una dimensione pubblica della ragione. Il filosofo tedesco novantenne è noto per l’accezione moderna di «opinione pubblica», insieme di idee coese che la collettività ha su un argomento attraverso i discorsi che circolano e a prescindere da chi lo presenta, da disuguaglianze di potere, ricchezza o forza fisica. Oggi che Internet ha disgregato l’opinione pubblica, perché ci si illude di distinguersi esprimendo un parere contrario, rileggere Habermas è essenziale.
In questa ricostruzione diacronica del suo percorso un’ipotesi forte emerge, utile a svegliare dal sonno la politica contemporanea: sviluppare una ragione critica orientata all’intesa è la chiave dell’emancipazione personale.

UN’IDENTITÀ individualizzata e riflessiva è cioè il frutto non del solipsismo, di strillati e applauditi processi di immunizzazione dall’altro, ma di un orizzonte della reciprocità da porre sempre davanti. Una concezione talmente in contrasto con i nostri tempi da sembrare rivoluzionaria. Il libro la espone in quattro capitoli: 1) Il «progetto» di una ragione critica, 2) La «proposta» di una ragione comunicativa 3) La «concrezione» di una ragione procedurale, 4) Una ragione per la vita.
Habermas ha ripreso Marx con due correzioni memorabili: ha trasformato la filosofia, da dottrina della conoscenza, in una teoria della società imperniata non sulla coscienza trascendentale, ma sull’agire comunicativo; e rispetto al Positivismo, che si è sbarazzato dei soggetti parlanti, ha chiarito le connessioni fra conoscenza e interesse, fra conoscenza e valori.

UNA QUALUNQUE TEORIA depurata dall’implicazione di valori, infatti, non solo è ingenua, ma perde di vista la genesi delle regole per la lettura dei suoi simboli. Una certezza che arriva ad Habermas dall’esperienza: a quattordici anni entrò a far parte dello Hitlerjugend e, mandato a difendere i confini orientali della Germania, credette di fare il suo dovere per il paese. Dal giorno alla notte quel regime quotidiano fu smascherato come patologico e delinquenziale.
La responsabilità sul passato nazista, di cui non aveva colpa ma che lo fece sentire in debito per i crimini commessi (come Hannah Arendt e Karl Jaspers), lo portò a una presa di posizione netta: non esistono ragioni in astratto né soggetti a priori, ma ci si riconosce nelle pratiche linguistiche: i modi in cui comunichiamo spiega se e come ci costituiamo in quanto soggetti. E i contenuti della vita sociale in qualsiasi ambito non devono essere accettati perché ci sono stati tramandati, ma vanno discussi attraverso revisioni, conflitti e critiche, accettando o rifiutando le ragioni dell’altro con altrettante ragioni argomentate.

PER HABERMAS l’unica democrazia possibile è l’Einverständnis, il consenso come accordo razionalmente motivato, più che la Verständigung, la mera concordanza. La competenza si valuta non dalla frase, dal tweet, ma dall’argomentazione, e l’obiettivo è lo smascheramento dei condizionamenti imposti dall’esterno (sbiancare le mitologie, direbbe Barthes). La «ragione critica», posta come «ragione comunicativa», si concretizza poi nell’intervento di una «ragione procedurale»: leggi che strutturano le interazioni e fondano i rapporti di riconoscimento.
L’ultima parte del volume è una disamina di scritti di Habermas su temi attuali: sull’Europa, che il filosofo pensa come federazione di post-nazioni, unite da un diritto e da una cittadinanza comune; sull’eugenetica, nociva quando l’embrione è oggetto di una «lotteria cromosomica», nella programmazione della prole o nei meccanismi del mercato; sulla fede, che può apportare motivazioni diverse dai fondamenti laici della società, spesso indeboliti o dissolti.

L’originalissimo Fede e sapere riconsidera la traduzione fra regime della scienza, regime filosofico e regime religioso e il rapporto tra mito e rito per valorizzare la fede, che apre i linguaggi secolari a «semantiche di provenienza non quotidiana». Essere umani è un processo e non una condizione di partenza. Chi ha vissuto sulla pelle le conseguenze della disumanizzazione sa da che parte stare.

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